La Riserva Naturale di Decima Malafede

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La Riserva Naturale di Decima Malafede, con circa 6.100 ettari di estensione, è la più grande area protetta del sistema gestito da RomaNatura. Posta tra la porzione sud-occidentale della città di Roma, il Vulcano Laziale e la costa tirrenica, racchiude un’area di straordinario interesse storico, naturalistico e paesaggistico con i connotati tipici della Campagna Romana.

Il paesaggio è caratterizzato da un sistema idrografico costituito dal fosso di Malafede, dal fosso di Trigoria e dai loro affluenti. La storia geologica del territorio si svela in alcune cave dismesse, tra cui quella della Selcetta, che offrono numerosi spaccati dove è possibile osservare la successione quasi completa degli eventi geologici avvenuti nella bassa Campagna Romana nelle fasi più antiche ed esplosive del Vulcano Laziale.

Lungo i tragitti ci si imbatte in ruderi di epoca imperiale, resti medievali e una notevole quantità di torri antiche, fra le quali la più famosa è la Torre di Perna. Dopo averla costeggiata ci si inoltra verso Castel di Decima per declinare, poi, verso ovest, fino a incontrare i resti di un insediamento con annessa necropoli dell’Età del Ferro. Scendendo a sud, attraverso una rigogliosa vegetazione, si arriva al laghetto della zona della Zolfatara. Di particolare suggestione il tratto che si snoda attraverso le Cave di Valleranno.

PUNTI DI ACCESSO

L’essere contenuta in un perimetro compreso fra via Pontina e via Laurentina, ne fa un’area fornita da una gran quantità di punti d’accesso, dai quali si dirama una fitta rete di percorsi che scendono da nord a sud.

Alla Riserva si può accedere sia da via Alvaro del Portillo che da via di Valle di Perna. Se si inizia il percorso dalla Torre di Perna, anche sede della Casa del Parco, si può visitare il Museo della Torre e dell’Agro Romano per conoscere la storia e i cambiamenti della Riserva nei secoli. Proseguendo si troveranno aree di sosta e di osservazioni del patrimonio floro-faunistico, una zona umida nei pressi di una sorgente affiorante e uno stagno ricco di numerose specie di fauna locale. Alcuni pannelli informativi guideranno i visitatori alla scoperta della cava dismessa, della zona umida, del paesaggio e dell’ambiente animale e vegetale presenti in questo percorso breve ma per molti aspetti ricchissimo.

IL PAESAGGIO DELLA BONIFICA

Agli inizi del XIX secolo la Campagna Romana si presentava con uno scenario di arretratezza che aveva radici nella cattiva gestione dei latifondi, un territorio desolato, in abbandono assediato dalla malaria, con una popolazione rurale prevalentemente avventizia e stagionale costretta a vivere in villaggi di capanne e grotte, in condizioni di scarsa igiene e di grande miseria. Il problema dello sviluppo agricolo dell’Agro fu affrontato con la realizzazione di progetti di bonifica idraulica e riforma agraria, promossi dallo Stato attraverso mirati interventi legislativi che furono emanati dal 1878 sino al primo ventennio del XX secolo.

LA CAMPAGNA ROMANA OGGI

Su un totale di oltre 6.400 ettari di territorio che costituiscono la Riserva, circa il 50% sono utilizzati a scopi agricoli. Nelle zone ad agricoltura estensiva (seminativi, erbai e prato pascolo), sebbene la meccanizzazione abbia portato all’abbandono di molti casali, alcuni sono rimasti centri di attività agricole di vario livello.

Attualmente sono presenti realtà agricole che sono riuscite ad ottenere il meglio da un territorio così vicino a Roma, grazie ad attività multifunzionali, quali l’educazione ambientale, le fattorie educative, gli agriturismi, i maneggi e i punti vendita.

Esse, mantenendo e rispettando l’ambiente con attività compatibili di agricoltura, allevamento biologico ed integrato, hanno saputo produrre alimenti di qualità (pecorino romano Dop, cacio fiore di Columella, ricotta romana, miele, zucchina romanesca, abbacchio romano Igp, mozzarella di bufala ec…).

Allargando lo sguardo nella vallata, non è raro incrociare greggi di pecore al pascolo accompagnate dai cani pastore, che transitano lungo le strade o che si abbeverano nei fontanili, testimonianza questa di un territorio in cui l’antica transumanza ha lasciato il posto all’allevamento stanziale.

IL SENTIERO NATURA

Il Sentiero Natura “Andrea D’Ambrosio” è stato realizzato dall’Università Campus Bio-Medico di Roma, in collaborazione con l’Ente Regionale RomaNatura e la cooperativa Agricoltura Nuova; esso collega via Alvaro del Portilio con la Torre di Perna, sul tracciato che in parte percorre la Valle della Selcetta. Qui è possibile ammirare fontanili, piccole sorgenti con i loro microhabitat e l’antica cava della Selcetta, oggi impaludata, ricca di animali e pregevoli formazioni geologiche.

Si tratti di un esempio di collaborazione tra soggetti diversi che convivono nella stessa Riserva e che, attraverso la sistemazione e manutenzione dell’area, mirano a proteggerne la biodiversità, a favorire la pratica di attività sportive all’aria aperta e la fruizione sostenibile.

Sono 3 km lungo i quali il sentiero si inarca, si infossa e risale senza strappi fino al punto più alto, dove il tempo ha piantato un monumento naturale di oltre cinque metri di circonferenza e 300 anni di età: la Grande Sughera. Da qui lo sguardo coglie il mondo srotolarsi dagli Appennini ai Colli Albani e di lì al mare. Ai piedi la Riserva ondeggia fra basse colline e piccole valli e conserva storie da raccontare.

L’intitolazione del sentiero vuol essere un riconoscimento ad Andrea D’Ambrosio, scomparso nel 2014, appassionato di natura e sport. Il giovane medico ha lavorato con dedizione e altruismo tra i malati del Policlinico Universitario Campus Bio-Medico ed ha affrontato una dolorosa malattia con serenità e fede.

LA FLORA E LA FAUNA DELLA RISERVA

Il paesaggio che si incontra è quello tipico della Campagna Romana, dove basse colline con versanti boscosi si alternano a valli percorse da fossi che costituiscono un ramificato sistema idrografico. La vegetazione si mostra variegata e i fattori che incidono principalmente sono il clima e il tipo di suolo. Nei versanti più caldi sono presenti le querce sempreverdi come il leccio e la sughera, mentre in quelli più freschi trovano migliori condizioni le specie arboree a foglie caduche come l’acero campestre, l’olmo e la roverella. Lungo i fossi crescono invece salici e pioppi. Questo mosaico vegetale ha favorito una presenza faunistica piuttosto abbondante. Ricca di anfibi e di mammiferi, l’area è il luogo ideale per osservare moltissime specie di uccelli.

Chi si può incontrare?

La donnola: lunga circa 30 cm, di cui 4 cm di cosa, è un mammifero della famiglia dei Mustelidi. Ha il corpo snello, ricoperto da un pelame soffice di colore fulvo sul dorso e grigio bianco sul ventre. La donnola si nutre principalmente di piccoli roditori e ne controlla le popolazioni dell’area in cui vive.

Il fagiano: introdotto dall’Asia sud-occidentale ai tempi dell’antica Roma e presenta uno spiccato dimorfismo sessuale. Il maschio è vivacemente colorato, mentre la femmina ha colori più spenti in modo da essere meno visibile durante la cova a terra delle uova.

Il picchio verde: è un uccello comune nei boschi decidui; schivo, segnala la sua presenza con un richiamo il cui suono ricorda una serie di risate piene. Come tutte le specie dei picchi ha un becco aguzzo potente con le funzioni di snidare e divorare gli insetti che vivono nel legno e di costruirsi la propria cavità-nido.

Il gruccione: è un uccello migratore vivacemente colorato proveniente dal Madagascar. E’ presenta nella Riserva nel periodo primaverile-estivo. Costruisce il nido scavando cunicoli in scarpate o argini dei fossi, preferibilmente esposti a sud. Verso la fine dell’estate, quando si riunisce in gruppi, si fa sentire emettendo un caratteristico richiamo.

Tra le piante possiamo trovare:

La ginestra odorosa: è un arbusto tipico degli ambienti di gariga e di macchia mediterranea. I fiori, visibili tra maggio e luglio, sono di colore giallo vivo. Il frutto è invece un legume verde e vellutato poi nerastro alla maturazione, da cui per torsione vengono espulsi piccoli semi bruni velenosi.

Il ciclamino primaverile: fiorisce tra aprile e maggio, è inodore e di colore viola chiaro-fucsia. La radice è costituita da un tubero tondeggiante del diametro di 2-6 cm dalla cui faccia inferiore si originano le radichette, mentre, sulla faccia superiore, si sviluppano le foglie e i fiori.

Le felci: sono piante molto antiche e prive di fiori, frutti e semi. Si riproducono con cicli complessi attraverso i quali vengono prodotte le spore. Le felci più comuni hanno il fusto sotterraneo da cui emergono le foglie spesso suddivise in numerose foglioline.

Lo stracciabraghe: è una pianta con portamento lianoso, rampicante, dal fusto flessibile e cosparso di spine molto appuntite. Le foglie, a forma di cuore, hanno margini dentati e spinosi, e spinosa è anche la nervatura della pagina inferiore delle stesse foglie. I fiori di un giallo pallido, sono piccoli ma profumati, visibili da agosto ad ottobre. I frutti maturi sono bacche rosse, riunite in grappoli, poco appetibili per l’uomo, ma che costituiscono una fonte di nutrimento per numerose specie di uccelli.

LA FANCIULLA DI VALLERANO

In località Vallerano il bosco è un’estesa sughereta che si spinge fino ai limiti di quello che fu il “fundus Valerianum“, proprietà dell’antica e nobile famiglia dei Valerii. Qui ha riposato per più di due millenni la “Fanciulla di Vallerano”. Avrà avuto 16, forse 18 anni. Troppo giovane per andarsene da sola e in silenzio, mentre a Roma sfilava la dinastia degli Antonini. Infatti chi le fu caro volle per lei memoria eterna. Attorno al monumentale sarcofago, sormontato da un’ara in marmo pregiato, vennero deposti elaborati manufatti in ceramica impreziositi dalla presenza di un incensiere e di una lucerna su cui il famoso artigiano Lucius Fabricius aveva impresso il suo marchio di impresa. All’interno la giovinetta venne adagiata fra tesori degni di una regina: specchi in argento decorati a sbalzo con la raffigurazione dei miti più importanti; un porta trucco in argento a forma di conchiglia; una collana di zaffiri e una di smeraldi; due bracciali in oro e zaffiri; anelli e spille d’oro incastonati di pietre preziose; una reticella per i capelli tessuta in fili d’oro; giocattoli in ambra e infine una bambola in avorio.

LA ZOLFATARA

Fra tutti gli ambiti della Riserva, questo è speciale: la suggestività è ambiente in sé. Non è un posto solo da vedere e magari osservare nel gioco dei vapori sulfurei. No, è un luogo nel quale chiudere gli occhi per un momento, lasciare che il tempo si riavvolga al contrario e pensare che qui siamo ad Albunea, primordiale culla della civiltà romana. In questo luogo giacciono le memorie più antiche, profonde e sacre del popolo romano, qui la profezia che annuncia l’arrivo di Enea si incrocia con le origini della “nazione” latina. Rileggiamo Virgilio in un passo del VII libro dell’Eneide: “da qui l’itale genti e tutta l’Enotria ne le dubbiezze lor chiedon responsi…” e qui Re Latino, discendente del dio Fauno e padre di Lavinia, offre sacrifici agli antenati in attesa di un responso che deciderà il futuro. A un tratto dal cuor del bosco una voce gli rispose: “non voler la figliuola ad uom latino sposare, o mia progenie, e non fidarti a talami di qui; da fuor verranno generi, che per nozze il nostro nome portino in cielo, e di tal ceppo scesi i nipoti, per quanto stende il corso tra i due Oceani il sol, sotto i loro piedi…“. Insomma, il dio che vede luogo, sconsiglia, anzi ordina, che Lavinia non vada in sposa a Turno re dei Rutoli, anche se già era stato contratto un impegno di matrimonio. Non solo a Turno, ma a nessun altro uomo del posto. Lavinia dovrà attendere il solo uomo capace di generare una progenie che “il nostro nome porti in cielo”. Favole, naturalmente. Ma non è favola la scoperta di una grotta nella Zolfatara nella quale sono stati rinvenuti i resti di un altare votivo dedicato a Fauno.

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